Editoriale numero: 12 del "Gennaio/2003"

EDITORIALE
di Marco Fabbri – Presidente Federazione Ordini Dottori Agronomi e Dottori Forestali della Lombardia

Tutti noi abbiamo studiato un pò di biologia e ricordiamo che il successo di una specie dipende dalla capacità di crescere e riprodursi in un certo ambiente salvo, per gli animali, spostarsi alla ricerca di ambienti più adatti. Non sono certo che il paragone regga, ma viene facile pensare alla professione come a un insieme di individui che deve conquistare nuovi spazi, difendere il territorio che gli è proprio, aumentare numericamente, migliorare le proprie capacità per mettere in atto nuove conquiste, nuove difese, altre espansioni e ulteriori miglioramenti.
Il tema riguarda ciascuno di noi e, corrispondentemente, gli organismi che ci rappresentano professionalmente.
Sull’acquisizione di nuovi spazi va precisato che per gli Ordini non può che trattarsi di “spazi istituzionali” nei quali sia riconosciuta una esclusività sostanziale, anche se a volte condivisa con altri professionisti similari. In mancanza di questi, gli spazi professionali sono più difficili da conquistare perché aperti alla competizione interprofessionale giocata sulla riconoscibilità delle competenze e delle denominazioni professionali, al di là della quale emerge la capacità del singolo che si fa conoscere per quanto di meglio ha da offrire di sé.
Anche la difesa è un compito arduo perché va adottata su innumerevoli fronti: ne stiamo subendo le conseguenze per causa di regolamenti profondamente – e artatamente – ingiusti; abbiamo dovuto agire in modo deciso contro provvedimenti palesemente discriminatori – e ne abbiamo avuto ragione –, ma sappiamo che non è un bel modo di investire le risorse. Se pensiamo che in realtà non si tratta tanto della difesa di un collega o di una categoria ma, piuttosto, dell’affermazione del principio inverso – secondo cui è diritto della collettività avvalersi delle figure competenti coerentemente con le attività e i compiti da svolgere –, ci rendiamo conto di quanto sia triste per la società, e odioso per noi, doversi rivolgere ad un tribunale.
Sull’aumento della numerosità nutriamo molte speranze: gli esami di Stato cercano di selezionare con un criterio più moderno, rifuggendo nozionismi di qualsiasi genere; i giovani trovano rapidamente un impiego dopo la laurea; purtroppo gli andamenti delle iscrizioni alle università non crescono come dovrebbero, ma il flusso dei candidati agli esami di Stato è sempre piuttosto elevato perché si deve esaurire ancora la coda di coloro che lo sostengono a distanza di molto tempo dalla laurea.
Soprattutto oggi siamo in grado di offrire ai giovani, anche prima della laurea, occasioni per praticare un tirocinio formativo del quale alcuni di noi hanno sentito, a suo tempo, la mancanza.
Questo è uno sforzo reciproco, per parte nostra indispensabile per la vitalità interna della categoria, per gli studenti doveroso perché previsto dai corsi formativi, per i giovani colleghi utile per un sereno avviamento alla professione.
Infine, il miglioramento delle nostre capacità e conoscenze, che avviene per lo più “sul campo” a prezzo di sacrifici e/o di “tentativi ed errori”, ha probabilmente bisogno di un maggiore impulso, di nuove occasioni di scambio di idee, di esperienze stimolanti.
Sono compiti non da poco e non dobbiamo lasciarci sfuggire questi momenti di grande cambiamento: da un lato gli Ordini – e la Federazione –, con i propri compiti istituzionali, dall’altro i colleghi, tutti chiamati a testimoniare la propria appartenenza ad una categoria professionale tra le più antiche che oggi deve imparare a pensare e a comportarsi nel modo più moderno.



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