![]() |
di Marco Fabbri, Presidente Federazione regionale Ordini dottori agronomi e dottori forestali della Lombardia Mentre tutti cercano di costituire aggregazioni, di unire forze ed esperienze diverse, gli agronomi e i forestali del nostro Paese stanno compiendo un’operazione antistorica. Dopo il 2000, proprio 5 anni fa, quando ebbi la sfrontatezza – così allora fu giudicata – di segnalare che i laureati in Biotecnologie e quelli in Scienze e tecnologie zootecniche e delle produzioni animali dovevano essere posti in condizione di iscriversi all’Albo dei dottori agronomi e dei dottori forestali, e che forse bisognava esaminare anche il caso dei laureati in Scienze e tecnologie per l’ambiente e la natura, il percorso intrapreso dalla categoria fu proprio nella direzione da me indicata. Prima con il Dpr 328/2001 che conosciamo e poi con la proposta di revisione cui si è lavorato alacremente fino alla primavera 2004. Quell’ultima versione fu inserita nel documento finale del Ministero sottoposto al parere di competenza dei consigli nazionali. Il Consiglio nazionale invece, dopo tutto ciò, ha fatto una acrobatica conversione a “U”, cancellando la possibilità per i laureati in Scienze e tecnologie per l’ambiente e la natura e per quelli in Scienze della natura di sostenere l’esame di Stato, oltre ad eliminare, da quelle già comprese tra le lauree abilitanti, la laurea in Scienze per la cooperazione allo sviluppo. E fin qui siamo tornati a 4 anni fa. L’ulteriore novità sta nel proporre il cambiamento della denominazione dei titoli professionali in ingegnere agronomo e ingegnere forestale. Quando se ne discusse a livello nazionale ricordo che non avevo un’idea precisa. Il responso dell’uditorio fu però chiaro: restiamo come siamo. Vi era la consapevolezza che ormai stavamo “prendendo il volo”, che non si era più una categoria completamente sconosciuta, che forse i nostri titoli erano un elemento di distinzione in una direzione professionale da tanti invidiata. I motivi di questa proposta – validi e apparentemente ben argomentati – riguardano la discriminazione del dottore agronomo italiano in ambito europeo e viceversa. Tuttavia, sorgono spontanee alcune considerazioni: - gli ingegneri, con la riforma degli accessi alla professione, hanno sentito il bisogno di dividersi in tre settori; - il nostro Ordine non beneficerebbe di alcuna sinergia con quello degli ingegneri; - molti invidiano il titolo di dottore..., a cominciare dagli amici geologi. Nella speranza che possa svilupparsi nuovamente il dibattito – che non c’è stato in questa fase di revisione – non posso trattenermi dall’esprimere tutte le perplessità possibili: rispolverare un mito, ora che il mito è ridotto a icona di qualcosa che forse non c’è più, non rappresenta una grande intuizione. Non amo sbagliare e di solito parlo con cognizione di causa, perciò questa volta dico cose che spero verranno contraddette dai fatti. Nell’insieme la proposta inviata al Ministero coglie solo in parte i cambiamenti, mentre cancella ciò che era lo specchio di una evoluzione professionale profonda sul piano delle reali capacità tecnico-scientifiche che si sono innovate e sono cresciute. L’agire professionale ha dato contenuto a quelle che nel 1976 e nel 1992 erano, salvo pochi casi, lungimiranti e visionarie aspettative di una categoria che intuiva di saper fare, e che aveva l’ovvia necessità di vederlo affermare in un ordinamento professionale, ma che forse non credeva nemmeno a se stessa. Ora che vi era la possibilità di annettere anche un’immagine nuova accanto a – non al posto di – quella tradizionale, ci viene proposta la chiusura in noi stessi in nome – forse – di una presunta necessità di difesa professionale. Peccato che l’antropologia insegni che le comunità piccole e chiuse sono destinate a scomparire! Per i giovani ricordo che allo stesso modo accadde ai laureati in Scienze delle produzioni alimentari quando chiesero l’accesso al nostro Albo. I nostri rappresentanti di allora, di fatto, risposero di no – così i tecnologi alimentari ottennero un proprio albo (legge 57/94) – e tutti noi – ma forse non tutti – sappiamo quale errore fu: per tutti, per i tecnologi e per noi, ma più per noi. << Indietro |