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di Daniele Zanzi, Consigliere dell’Ordine nazionale dei dottori agronomi e dei dottori forestali Un cimitero per elefanti”:ecco proprio ciò che non vorrei fosse il destino degli Ordini professionali e in particolare del nostro. L’anno prossimo saranno trenta i miei anni di iscrizione all’Ordine, gran parte dei quali passati rivestendo cariche ufficiali e impegnandomi per dare visibilità e competenze a questa professione che amo e in cui mi immedesimo. Sono sempre stato dell’opinione che nella vita, più che le parole, contino i fatti e gli esempi. Penso di aver contribuito, operando professionalmente, alla crescita e alla visibilità della categoria. E questo è stato fatto principalmente dimostrando al mercato, e quindi ai clienti, che il dottore agronomo e il dottore forestale hanno competenze e capacità peculiari. Il Forum Conaf 2003 organizzato mirabilmente a Roma, su cui si sta ora cercando di stendere un colpevole silenzio, ci aveva a diritto proiettati verso traguardi impensati. L’assise romana era da un lato il punto d’arrivo di un duro e serio lavoro di preparazione svolto dal Consiglio Nazionale, d’altro lato era la partenza per la definitiva affermazione, in termini autonomi, della nostra categoria. Il messaggio, che aveva nella nostra Federazione lombarda il cuore propositivo, era chiaro: gli agronomi e forestali, in questa società, debbono “volare alto”, non debbono accontentarsi di riservarsi un mero spazio tecnico circoscritto e, quindi, subordinato al lavoro professionale di altre categorie. Per troppo tempo ci siamo fatti male da noi stessi, accettando di essere relegati al semplice, e comodo, ruolo di esperti di nicchia, incapaci e non preparati ad avere visioni globali di un problema. Il tendere, invece, a divenire “i professionisti della qualità della vita”, ad essere riconosciuti dalla società civile come tali, ci avrebbe posto delle opportunità professionali uniche: esperti della qualità della vita e cioè dell’ambiente, non solo esperti di uno specifico patogeno o insetto, esperti della sanità degli alimenti, e non solo esperti del processo tecnologico degli alimenti, esperti della sanità animale, e cioè tecnici capaci di ottimizzare i parametri qualitativi e quantitativi dell’allevamento animale, esperti in pianificazione urbanistica, ovverosia capaci di intervenire programmando il territorio e non relegandoci alla sola pratica estimativa. Questo approccio alla professione è l’unico che può giustificare la presenza di un Ordine professionale che segua la società e che non voglia esaurirsi in una obsoleta funzione di difesa di interessi personali, di lobbies o di categoria. Ma per volare alto ci vuole impegno, volontà di rimettersi in gioco, aprirsi anche ad altre categorie, quali i naturalisti o altri esperti della qualità della vita. Trovo invece ancora scritto che “l’estimo deve essere l’asse portante della nostra professione… che ci sono fin troppi paesaggisti tra gli agronomi e i forestali… che l’Ordine deve avere la precipua funzione istituzionale”, cioè quella della difesa della “categoria”. Discorsi ormai “muffi”, vecchi di anni, incapaci di stare al passo con la società. Se la funzione unica di un Ordine è questa, allora è meglio abolirlo, scusate la parola forte. È stato scritto, tra l’altro, sulla nostra rivista ufficiale AF, che alcuni Consiglieri nazionali, tra cui lo scrivente, rappresentano una “sterile minoranza”. Non voglio qui tediarvi sulle ben note polemiche e i fatti che hanno intristito la vita del Consiglio Nazionale nell’ultimo anno, e che mi auguro trovino finalmente, per tutti, anche perla “fattiva maggioranza”, una soluzione a breve; certo è che alla base delle fratture e dei dissidi, ingigantiti poi da situazioni personali, vi è proprio una differente visione sulle funzioni dell’Ordine e sulle grandi strategie che deve perseguire. Sono convinto, sebbene tacciato di sterilità, di rappresentare le idee e la volontà della maggioranza operosa dei Colleghi che operano realmente e con successo sul territorio. Vorrei tanto che invece di disquisire se sia preferibile il termine di dottore o quello di ingegnere, si operasse concretamente per portare a termine i percorsi iniziati dai gruppi di lavoro, dalle varie azioni, si discutesse di certificazioni, di formazione, di qualità della vita … solo così si darebbe il segnale di essere “una fattiva maggioranza”. Ma per fare questo, al di là delle polemiche di comodo,bisogna averne le capacità e le competenze. << Indietro |