Editoriale numero: 50 del "Dicembre/2006"

di Marco Fabbri, Presidente Federazione regionale degli Ordini dei dottori agronomi e dei dottori forestali della Lombardia


È quasi diventata consuetudine che in concomitanza con le riunioni dei presidenti degli Ordini a Roma si dia resoconto – o anticipazione – dei temi più significativi affrontati o da affrontare.
Quella del 19 dicembre è stata ricca di spunti e argomenti – tutti di grande interesse –, sebbene non sufficientemente indirizzata a discutere del tema più importante: il disegno di legge Mastella sulla delega al Governo per la riforma delle professioni intellettuali.
Se il DL 223/2006 di questa estate, per la parte di interesse delle professioni intellettuali, è stato criticato per il metodo prima che per il contenuto, in questo caso il contenuto preoccupa assai più dello strumento legislativo che si vuole adottare.
Lo svuotamento del significato di professione intellettuale previsto per le attività che non attengono a diritti costituzionalmente previsti e che non rivestono una pubblica utilità è solo il risultato di un disegno complessivo teso a ridurre il più possibile la professione a mero servizio. In questo modo, superati i vincoli deontologici che impongono un esercizio responsabile, libero e leale dell’attività intellettuale al servizio della pubblica fede, gli esercenti di un’attività professionale oggi organizzata in ordine, domani in libera associazione, potranno essere “meno liberi” di fronte ai committenti.
Il problema non è l’entità del ridimensionamento ordinistico ma l’operazione globalmente condotta per fare credere all’opinione pubblica che il sistema degli Ordini è superato, irrazionale in una moderna economia, foriero di privilegi, dotato di restrizioni all’accesso, insomma un vero e proprio freno allo sviluppo del Paese.
Non v’è dubbio che non si debbano confondere i principi di base con gli strumenti – questi sì in parte incrostati e polverosi – ma, se si devono cambiare taluni elementi strutturali, non si può certo rinunciare alle qualità positive dell’agire professionale così come lo intendiamo ancor oggi.
In un momento in cui sembra non esserci una strategia unitaria per accompagnare la riforma – che pure ci deve essere –, probabilmente la trattativa si condurrà a livello delle singole categorie professionali e si può prevedere quanto siano importanti i numeri rispetto alle proposte, sia pure sensate, che saranno in grado di fare le categorie.
Comunque un tentativo va fatto e, per questo, occorre una visione del futuro della professione dei dottori agronomi e dei dottori forestali che pochi – nella riunione del 19 dicembre – hanno dimostrato di avere, forse perché confusi dalla contingenza di altri argomenti.
Di fronte alla sollecitazione circa l’accorpamento delle professioni affini contenuta nel Ddl, della qualcosa peraltro non si vede una necessità così impellente – nel senso che non è per niente scontato che ci si debba accorpare con qualcun altro –, occorre innanzitutto l’interrogarsi sul genere di affinità: deve essere culturale o tecnica?
Occorre pensare alle opportunità che derivano dalla possibilità di ampliare ulteriormente gli orizzonti – pur vasti – della nostra potenzialità professionale e ciò si può realizzare solo se, con pari dignità, ci apriamo verso soggetti dotati di formazione e livelli culturali paragonabili ai nostri.
In alcune direzioni i passi sono già stati fatti, in altre vi sono maggiori incertezze ma sappiamo, per contatti personali già intercorsi, che vi sono tutti i presupposti per il dialogo: parliamone, ora!



<< Indietro