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di Marco Fabbri, Presidente Federazione regionale degli Ordini dei dottori agronomi e dei dottori forestali della Lombardia Il fatto che le vicende governative di questi giorni possano rallentare l’iter della riforma delle professioni intellettuali non toglie nulla al significato della discussione svoltasi a Roma tra i presidenti degli Ordini a fine gennaio. L’attenzione di tutti si è concentrata su un passaggio del disegno di legge Mastella laddove il Governo sarebbe delegato a “prevedere la riorganizzazione degli Ordini [...] con la possibilità di accorpamenti in relazione a categorie professionali analoghe [...]” (art. 4, co. 1, lett. a). Non sono riuscito a darmi una spiegazione sulla necessità di provvedere ad accorpamenti visto che le questioni sollevate dall’Antitrust a fine anni 90 erano, e sono tuttora, strumentali per altri fini e comunque in gran parte superate. Probabilmente è necessario andare alla radice della natura professionale delle prestazioni degli iscritti agli ordini. Nel contesto di una società evoluta dal punto di vista culturale è evidente che le professioni intellettuali saranno sempre più chiamate a risolvere le questioni da un punto di vista generale, con una visione olistica, sistematica e, quindi, strategica. Gli stessi aspetti tecnici, sempre più complessi, richiedono un approccio il più ampio possibile. L’amplitudine del nostro ordinamento professionale suggerisce di per sé quale debba essere l’approccio. Tra le competenze previste dal nostro ordinamento ci sono differenze di percorso didattico che in biologia evolutiva paragoneremmo alla distanza ontogenetica che separa specie appartenenti a taxa diversi. Ma tutte le sfaccettature e le differenze operative della nostra professione scompaiono di fronte alle comuni radici del nostro sapere. È su queste radici comuni che dobbiamo riflettere e fondare la scelta. Le radici comuni risiedono in un percorso che per noi non può che essere di formazione universitaria. Esaminiamo perciò le possibili alternative. Nessun accorpamento. Il nostro ordinamento ha una tale portata che basta a se stesso: offre più potenzialità di quante noi, con i nostri numeri e con la nostra formazione – in qualche caso ancora insufficiente a causa di una Università a volte slegata dalla realtà –, se ne possa sfruttare. Da qui, tra l’altro, derivano i conflitti, le invasioni di campo e le sovrapposizioni con altre categorie. Accorpamento verticale. Significa sottolineare uno solo – o comunque pochi – dei campi di interesse professionale. Si realizzerebbe un avvicinamento tra figure che potrebbero costituire – e in molti casi costituiscono già – una “pseudo-filiera” della quale però non v’è alcun bisogno perché, se interessa, riguarda una scelta organizzativa degli studi professionali. Che è altra cosa dal condividere politiche di sviluppo e crescita professionale. Restringere il campo degli interessi prevalenti significa consentire ad altri di proseguire nell’accerchiamento. Non deriverebbe nessun ampliamento dei riferimenti culturali di base legati a percorsi didattico-scientifici analoghi ma diversi nei contenuti, di cui avremmo, invece bisogno, visto lo scarto tra l’ampiezza dell’ordinamento e orizzonti scientifici delle nostre tradizionali facoltà. Accorpamento orizzontale. Permette di allargare ulteriormente gli orizzonti, portando al nostro interno o creando sinergie tra soggetti da considerarsi “pari” da un punto di vista culturale generale, ma formatisi in campi scientifico-disciplinari diversi. Si avrebbe un arricchimento significativo di contenuti tecnico-scientifici e un guadagno culturale complessivo. È chiaro che si tratta di scelte che condizioneranno il futuro per un tempo che potrà superare la durata della vita professionale media. Certamente non potremo portare a termine un processo decisionale di questa importanza nello stesso modo in cui sono state assunte alcune decisioni cruciali di questi ultimi anni. << Indietro |