Editoriale numero: 53 del "Aprile/2007"

di Alessandro Nicoloso, Coordinatore Commissione di studio Sistemazioni idraulico forestali, Federazione regionale degli Ordini dei dottori agronomi e dei dottori forestali della Lombardia

In questi anni la Commissione SIF ha inteso promuovere la figura del dottore agronomo e del dottore forestale nel contesto della difesa del territorio. I casi di esclusione della categoria da bandi di progettazione inerenti opere di sistemazione idraulico forestale o in relazione a provvedimenti normativi o d’indirizzo emessi dalla Regione hanno portato alla luce la scarsa coscienza normativa da parte delle pubbliche amministrazioni.
Per contro occorre prendere atto del progressivo disimpegno da parte di molti di noi e della deriva minimalista, non di rado anche dell’università, che sempre più ha orientato la formazione verso le tematiche biologiche a scapito di quelle ingegneristiche pur storicamente proprie della nostra formazione.
Ha contribuito a tale deriva anche la confusione terminologica che negli anni è invalsa laddove la locuzione “ingegneria naturalistica” è andata sempre più sostituendo il ben più ampio concetto di sistemazione idraulico forestale la cui origine risale alla metà dell’ottocento.
Così la nostra figura corre sempre più il rischio di marginalizzarsi rispetto a funzioni e ruoli che le sono da sempre propri; la sistemazione dei bacini montani è di fatto attività peculiare del dottore agronomo e del dottore forestale (in concreto soprattutto del dottore forestale) che sa garantire una visione integrata e un approccio conseguente alla dinamica dei bacini valutando gli aspetti dissestivi, quelli idraulici e quelli forestali.
Oggi, la polarizzazione progressiva dell’approccio tecnico, da una parte verso l’analisi dei rischi e dall’altra verso l’intervento con metodiche ingegneristiche classiche, sta penalizzando proprio il ruolo e la visibilità del dottore agronomo e del dottore forestale che viene relegato quando va bene a scegliere, magari per altri professionisti, le specie da impiegare in un intervento sistematorio.
Questo scenario è ormai percepito e condiviso anche da diversi docenti universitari che stanno avvertendo con rammarico questa situazione, tanto più paradossale se si pensa che proprio una recente indagine commissionata dalla regione Lombardia ha messo in evidenza che in diversi Paesi nell’arco alpino la competenza sul rischio idrogeologico è in capo ai medesimi organismi cui compete la gestione forestale.
Probabilmente è giunto il momento di riunire intorno a un unico tavolo i rappresentanti degli ordini e del mondo universitario – perlomeno delle regioni italiane dell’arco alpino – per definire una linea di condotta per un rilancio delle SIF e del ruolo della nostra figura nel più ampio contesto della tutela idrogeologica.



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